SSMinformatore  Nr.272

 

 

 

 

 

 

 

 

titoli:  

 


PRESSIONI POLITICHE ED ECONOMICHE SULLE GIORNALISTE E SUI GIORNALISTI: UN TABÙ?

Il rapporto Allenbach sulla situazione in Ticino fa discutere

 

Suscitare un dibattito sul tema dell'indipendenza dei giornalisti ticinesi e della deontologia professionale è già di per sé un grande merito da attribuire all'indagine che Beat Allenbach, ex corrispondente del Tages Anzeiger, ha svolto recentemente nel Ticino. Il suo è uno dei tre rapporti sull'argomento (una per ogni regione svizzera) commissionati dal Consiglio di fondazione del Consiglio Svizzero della Stampa per sottolineare il Giubileo dei 25 anni (si possono leggere le relazioni sul sito: http://www.presserat.ch

Oltre alle indagini sulle tre realtà regionali, è stato commissionato anche un quarto rapporto al dottor Werner A. Meier (specialista nel campo dei media), che a proposito del problema delle pressioni e dell'indipendenza dei giornalisti scrive:
"Così come la corruzione nell'economia non è prevista, e da parte degli addetti ai lavori viene raramente considerata come un argomento da trattare, non è nemmeno previsto istituzionalmente che chi lavora nei media potrebbe essere sottoposto a pressioni interne o esterne. A maggior ragione, l'idea che potrebbe anche cedere a questi tentativi di pressione o alle minacce di sanzioni, non fa parte dell'immagine che un organo di informazione ha (e da) di sé. Gli operatori dei media ammettono l'esistenza di queste pressioni al massimo quando possono dimostrare di aver saputo resistere e di essersi comportati secondo i principi dell'etica professionale. A loro volta, coloro che esercitano le pressioni sui giornalisti dall'esterno non si prestano certo alla trasparenza perché il loro agire nei confronti dei media appare problematico, scorretto se non addirittura punibile. Per questo motivo il problema diventa un tabù, sia dal punto di vista aziendale, che giornalistico, che dell'etica professionale. "
Il guaio è che senza trasparenza non c'è vera democrazia e la responsabilità di garantire un'informazione completa e corretta ai cittadini è dei media, di chi li possiede, di chi li dirige e -soprattutto- di chi ci lavora. Sarebbe questo il compito del cosiddetto "quinto potere". Ma i media sono ormai sempre più raramente indipendenti dalle leggi economiche e i giornalisti sono costantemente sottoposti alla tensione inevitabile (intrinseca alla struttura in cui operano) fra integrità professionale ed esigenze di mercato. Ci sono situazioni dove il "quinto potere" ha economicamente e politicamente una tale forza che può persino abusarne impunemente; penso a certa stampa di sensazione che può distruggere le carriere frugando senza scrupoli nelle vite private, che può condizionare le elezioni, orientare i consumi. Ma ci sono anche situazioni (come sembrerebbe essere la nostra) dove il "quinto potere", per mancanza di mezzi, per eccesso di prossimità, per la povertà della cultura e della tradizione del giornalismo, di potere ne ha ben poco. Lo confermano le prime reazioni al testo di Allenbach. Dario Robbiani, quando sostiene che il giornalismo ticinese casomai è "pressappochista"; Giò Rezzonico, quando dice che "i nostri mass media sono spesso troppo istituzionali" e Paolo Di Stefano quando osserva che "lo spirito critico in Ticino rischia di complicare molto la vita quotidiana" del giornalista che lo pratica.
Allenbach non fa nient'altro che dimostrare quanto sia difficile lavorare in queste condizioni, sottrarsi alle pressioni politiche e economiche esterne ed interne, e persino all'autocensura che serve a prevenire le difficoltà personali e le sanzioni. Le reazioni, a volte anche viscerali suscitate dal suo rapporto dimostrano che ha colpito nel segno e che il dibattito è davvero utile e necessario.
Nell'era della comunicazione, in cui conta di più ciò che è riportato nei media che non la realtà stessa, le giornaliste e i giornalisti hanno il diritto e il dovere, ossia il difficile compito, di informare non solo sulle apparenze e sulle dichiarazioni ufficiali, bensì anche sulle cause dei problemi, su fatti e interessi occultati, su ciò che non viene detto e non viene mostrato. E questo anche quando è scomodo farlo perché potrebbe disturbare persone importanti o toccare equilibri delicati.
Il vero problema è che questa enorme responsabilità nei confronti della società civile e della democrazia non può essere lasciata tutta solo sulle spalle delle singole persone che operano come giornaliste e giornalisti nei media, con il pretesto che sono vincolati dalla deontologia professionale. A questo proposito ha ragione anche Arnaldo Alberti quando scrive: "Non picchiamo i deboli, ma puniamo chi li prevarica". Su questo piano però il Consiglio della Stampa probabilmente non basta più. Perciò il dibattito andrebbe orientato piuttosto in direzione delle misure e degli strumenti (si parla ad esempio di "Media Governance", "Qualitätsmanagement", "Observatorire des medias", ma si potrebbe incominciare almeno dai comitati di redazione) che possano davvero garantire l'indipendenza dell'informazione e proteggere efficacemente chi lavora nei media dalle inevitabili pressioni e da sanzioni ingiustificate.


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PRESSIONI POLITICHE


L'esempio di una piccola regione (il Ticino)


Per il 25esimo anniversario del consiglio della stampa è stato commissionato a Beat Allenbach uno studio sulle pressioni politiche e il giornalismo in Ticino.
Ve ne proponiamo alcuni stralci

Per il testo completo si consulti la pagina internet:
www.presserat.ch/15720.htm

- Esistono diversi modi di esercitare una pressione politica, e diversi modi di percepirla come tale da parte dei giornalisti.
A un tipo di intromissione diretta da parte di politici o di altri responsabili appartengono:

- gli interventi sul giornalista o sul responsabile della pubblicazione;

- le chiamate in causa del responsabile in quanto amico politico o amico personale, non per impedire una determinata pubblicazione ma per influenzarla in un senso determinato, anche semplicemente avvertendo: state attenti che la cosa scotta...

Di pressione indiretta, nei modi più svariati, si può parlare:

- quando i responsabili di redazione o i giornalisti fanno proprie le sottintese aspettative dei politici;

- quando l'eccessiva prossimità rende prevenuto il giornalista, gli fa dimenticare il dovere dell'indipendenza.

 

Prescindendo dai punti di forza o di debolezza di questo o quel politico, di questo o quel giornalista, vi sono circostanze evidenti che rendono più agevole in Ticino esercitare pressioni. La regione è piccola, tutti si conoscono ed esiste una notevole densità di prodotti mediatici. L'esempio scelto dal Consiglio della Stampa è dunque un "case study" ideale: il Ticino, che le Alpi e la lingua separano dagli altri cantoni, e che anche a meridione, dove pure non ha confini naturali, è come protetto dalla frontiera politico-amministrativa. (...)

Questo mio rapporto è il risultato di molti colloqui con giornalisti (...) di ogni livello: cronisti, ma anche quadri, direttori di pubblicazione, editori e politici. (...)

Un direttore ricorda: "Una volta c'erano più tentativi di influenzare i giornalisti, uomini politici e consiglieri di Stato telefonavano più spesso". I giornalisti concordano: "L'influenza dei partiti è diminuita". Alcuni addirittura sostengono che sono i giornali, adesso, a stabilire l'agenda politica, (...)
Ma i politici non sono usciti di scena. "Cercano di sedurre i giornalisti trattandoli da amici - dice un altro direttore - le critiche le nascondono dietro gli elogi". I giornalisti sono attirati dalla possibilità che nel contatto con i politici filtrino informazioni. E chi per anni riceve notizie da un politico non gli negherà, nel periodo elettorale, un favore, comunque lo tratterà con i guanti quando quel politico dovesse trovarsi nei pasticci.

 

La prossimità induce l'autocensura

Un giornalista che occupa una posizione di responsabilità dà un nome preciso a questo vizio: "Il nostro problema più grosso è l'autocensura". (...)
Comunque sia, mettere a tacere le situazioni delicate oggi non è più possibile, anche se i giornali poi trattano i singoli casi in modo diverso. (...) Esiste come un tacito scambio di ruoli fra i tre quotidiani, e questo induce il presidente della Fondazione del Consiglio della Stampa, Enrico Morresi, ad affermare: "Bisogna leggerli tutti e tre, i giornali, per sapere veramente quel che accade in Ticino".

Anche senza un proprio quotidiano a disposizione, presidenti di partito e granconsiglieri hanno sempre, se vogliono, la possibilità di farsi ospitare un articolo nei giornali. (...) Altri interlocutori, per esempio gli ambientalisti, trovano più difficilmente la via delle pagine di giornale, i loro contributi finiscono esiliati nella pagina delle lettere dei lettori.

 

Consiglieri di Stato onnipresenti

Il ruolo dei consiglieri di Stato in Ticino è del tutto particolare, data la loro importanza come informatori. Ognuno di loro dispone di un collaboratore personale, in molti casi un ex-giornalista, che cura i rapporti con i media offrendo articoli o interviste con il capo. Quasi tutti i consiglieri di Stato hanno rapporti preferenziali con un giornale o con dei giornalisti. (...)

Giornalisti e direttori sono però del parere che, più di quelle politiche, siano quelle economiche le pressioni più efficaci. A un giornale che aveva riassunto senza commenti un comunicato di parte sindacale che metteva in causa la politica del personale di un grosso inserzionista, la ditta in questione fece sospendere ogni pubblicità. Non bastò che il giornale ricuperasse, il giorno dopo, il parere dell'impresa: prima della ripresa delle inserzioni dovette passare parecchio tempo. Meglio prevenire, allora, che dover medicare le ferite. Forse per questo i direttori sembrano del parere, per esempio, che con Migros e Coop sia meglio non essere troppo critici: un atteggiamento che non è tipico soltanto della stampa ticinese. (...)

 

Uno sguardo oltre le Alpi

Nel resto della Svizzera, rispetto al Ticino, la differenza essenziale consiste nel fatto che i confini cantonali non coincidono con l'area di diffusione dell'informazione. (...) Le pressioni politiche esistono ovunque, ma esistono anche degli osservatori attenti a riconoscerle e a denunciarle sui loro giornali.
(...)

Alla SSR, l'ente nazionale di servizio pubblico per la radio e la televisione, la politica conta meno che in Ticino, (...) Per quanto riguarda i quadri superiori della Radio e della Televisione DRS, l'appartenenza politica ha influenza solo nella scelta dei direttori: (...) Di molti dirigenti non si conosce neppure se siano vicini a un partito, e quale sia. (...) Se governi cantonali esercitano pressioni è piuttosto per rivendicare una maggiore presenza sullo schermo del loro cantone o di un avvenimento particolare. (...)

 

Per la RTSI, la politica è come l'olio per un motore

Torniamo in Ticino. Più forte che nella stampa scritta è la posizione che la politica occupa alla Radiotelevisione della Svizzera italiana. Alla RTSI la politica è tutto, è l'olio che lubrifica la macchina. Consiglio direttivo e Comitato della CORSI, la Cooperativa che governa l'azienda, da anni riflettono la composizione politica del governo cantonale. (...)

Anche tra i dirigenti dell'ente radiotelevisivo l'equilibrio partitico è un obiettivo perseguito. (...) Nonostante tutti questi condizionamenti in sede di nomina, per molti aspetti la qualità dei programmi svizzero-italiani non ha niente da invidiare a quelli della DRS, in qualche caso addirittura li superano.

 

L'Università, un tema tabù

Colpisce che né la radio né la televisione abbiano finora offerto una trasmissione di critica dell'Università della Svizzera italiana, in funzione da cinque anni. È il freno istituzionale che è tirato? (...)

Sotto la lente dei politici stanno in particolare le trasmissioni regionali alla Radio e alla Televisione. Sono i giornalisti e i responsabili di queste rubriche quelli che ricevono il maggior numero di telefonate: qualche volta dagli stessi consiglieri di Stato, più spesso da politici locali, presidenti di associazioni, artisti. C'è chi risponde: non è compito nostro far piacere a questo o a quello, noi abbiamo il dovere di rispettare precisi criteri giornalistici. Autorevolezza e lavoro accurato sono, secondo questi colleghi, la migliore prevenzione contro le pressioni. (...) Ma una posizione così decisa da parte dei giornalisti pare piuttosto l'eccezione che la regola. È vero invece che la maggior parte dei giornalisti, agli onnipresenti consiglieri di Stato, granconsiglieri, sindaci, imprenditori o sindacalisti si limitano a mettere il microfono sotto il naso, non fanno domande scabrose e rinunciano a rilanciare il quesito quando l'intervistato divaga.

Il nuovo capo dell'informazione radiofonica(...), vorrebbe tanto che questo sistema cambiasse. (...) . È un capo che esige dai suoi giornalisti indipendenza, credibilità ma anche determinatezza nella conduzione delle interviste o delle ricerche, che considera la distanza critica un valore centrale. (...)

Il medium preferito dai politici rimane la televisione. Un capo-settore riassume la situazione così: "I nostri politici sono molto viziati, sono costantemente in immagine: una cosa che i loro colleghi di altri cantoni si sognano". (...)

(...) . Oggi ancora il capo dell'informazione della TSI sostiene il principio che la RTSI non deve rispondere agli attacchi: la risposta dell'ente - dice - sono i nostri programmi. Una posizione che non convince tutti i collaboratori,(...)
la critica di un rappresentante del Governo può avere un seguito all'interno dell'ente (...): i giornalisti raddoppiano le precauzioni e il fischietto dei responsabili li richiama all'ordine quando per descrivere le debolezze dei politici si mostrano troppo vivaci e sarcastici!
(...)
Le pressioni più frequenti si registrano come detto al "Quotidiano", dove operano molti giornalisti al primo impiego. (...)

 

Riassumendo, oso formulare queste tre tesi:

- I politici respingono l'addebito di usare mezzi di pressione contro redazioni o singoli giornalisti. In Ticino, tuttavia, una critica forte formulata contro un giornalista o una redazione non può essere interpretata solo come esercizio della libertà d'espressione. Nella situazione particolare di questo cantone, dai giornalisti stessi o dai loro superiori essa è avvertita come un monito a usare maggiore ritegno in futuro: l'effetto è dunque quello di una pressione.

- La circostanza che in Ticino tutti si conoscano "neutralizza" la volontà di indipendenza dei giornalisti. L'indipendenza come cultura, come pure l'idea di una responsabilità che i giornalisti hanno nei confronti dell'opinione pubblica, non sono molto sviluppate. Neppure i quadri redazionali o gli editori sembrano dare a queste proprietà il valore che loro attribuisce il Consiglio della Stampa.

- Alla RTSI, e specialmente alla Televisione, è diffusa una concezione del servizio pubblico come disponibilità a illustrare le intenzioni e i pareri del Governo, piuttosto che come ricerca dei punti deboli della politica. Secondo il "testamento giornalistico" di Andreas Blum, l'ex-direttore della Radio della Svizzera tedesca, il giornalista deve invece distinguersi, oltre che per indipendenza ed equità, anche per un radicale scetticismo . Da questa concezione i media ticinesi sembrano decisamente lontani.
(…)

Una situazione tutt'altro che di privilegio

Con questa descrizione piuttosto cruda e forse discutibile di un ambiente professionale percorso anche da contraddizioni non intendo assolutamente strapazzare il Ticino come tale. Il privilegio di disporre di una densità mediatica fuori del comune e quasi di una radio e di una televisione tutta per sé è anche un'insidia. In un ambiente così "protetto" ci si sente facilmente l'ombelico del mondo, i moscerini diventano elefanti e una questione tecnica come la scelta di un impianto per l'incenerimento dei rifiuti perde ogni dimensione logica e assurge a guerra di religione, spacca il Governo, dà spazio ai populisti della Lega e avvelena per anni il clima politico. Ce ne fossero due o tre, di cantoni di lingua italiana, queste esagerazioni non sarebbero possibili.

Se qualcuno poi dovesse da queste mie considerazioni trarre la conclusione che tutto il male è riconducibile al ramo ticinese della SSR, per cui sarebbe opportuno ridurre la quota parte che le spetta dei mezzi a disposizione o, meglio ancora, privatizzarla, allora sarei stato compreso male e sarei disposto a buttare via tutto quel che ho detto. La SSR, un esempio tipico di scelta federalista in favore delle minoranze, nonostante i punti deboli che ho descritto, continua a meritare il nostro sostegno.

 

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ABBIAMO VINTO!


Il tribunale arbitrale ci ha dato ragione

Nel mese di gennaio 2001, l'SSM aveva portato in commissione di concertazione nazionale la problematica legata al contratto "variabili".
L'SSM sosteneva che anche per i variabili valeva la regola che un giorno di lavoro doveva contare mediamente 8 ore. La SSR invece pretendeva che questa regola del CCL non avesse valore per i collaboratori con contratto variabile.

Il sindacato SSM si è rivolto al Tribunale arbitrale che ci ha dato pienamente ragione.

Riceverete prossimamente un'informazione dettagliata sul tema direttamente dal segretariato centrale dell'SSM di Zurigo.

 

Per troppi anni si è pensato che la SSR fosse un'eccezione a cui tutto fosse permesso: nessun limite di tempo sulla fascia oraria, considerare la domenica come un qualsiasi altro giorno ecc. Ma le regole devono essere rispettate da tutti, i principi fondamentali della legge sul lavoro sono stati fissati per proteggere la salute e la famiglia, non ci si può sempre solo appellare alla particolarità dell'impresa.

Ci sono evidentemente delle situazioni contingenti, che tra l'altro vengono già prese in considerazione dalla legge che prevede alcune differenze per un'azienda radiotelevisiva come la nostra; qualche deroga può inoltre essere concessa, ma solamente se viene negoziata con i sindacati e se si ottengono delle compensazioni.

L'impressione è che invece si voglia far finta che determinate regole non esistano o non ci riguardino, che si tenti di trovare degli stratagemmi per aggirare sia la legge che la CCL.
Un esempio è appunto stata la battaglia sui variabili. Secondo la SSR un collaboratore variabile con 900 ore all'anno poteva venire chiamato ad entrare in servizio 5, 6 o 7 ore al giorno. Questo significava che le entrate in servizio annuali invece di essere 90 potevano diventare anche 100 e più. Si rischiava di arrivare all'estremo di avere un collaboratore che invece di fare ad esempio 180 entrate in servizio (1440 ore) poteva farne 220 e più; vale a dire più di un tempo pieno fisso, creando in questo modo una palese differenza di trattamento tra i dipendenti.

Anche nella nostra realtà regionale un tentativo in questo senso è stato fatto con i titolisti che si volevano pianificare regolarmente per 6 ore e mezzo giornaliere invece delle 8 previse.
Grazie al nostro intervento e alla sentenza del tribunale arbitrale la cosa è stata ritirata e speriamo che non ritorni sul tavolo perché, e lo abbiamo già detto durante la commissione di concertazione: ci opporremo fermamente.

 

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DITTE ESTERNE E PERSONALE A PRESTITO


Interrogativi che chiedono risposte

  • Cosa sta succedendo con le ditte private e con il personale a prestito?
  • Qual è la politica della RTSI?
  • Perché viene creata una commissione TSI-outsourcer e il sindacato non ne viene informato?
  • Perché non si risponde alle nostre lettere, inviti alla trasparenza, richieste di essere informati e coinvolti nella discussione?
  • Chi tutela i dipendenti delle ditte?
  • La qualità e l'esperienza sono aspetti che vengono sufficientemente presi in considerazione?
  • Che ne è della formazione? ....

Questi alcuni degli interrogativi che circolano sulla questione.

La SSR in occasione della sottoscrizione dell'ultima CCL ha firmato anche una "side letter" nella quale si impegna formalmente a mettere in atto delle misure per controllare che le ditte terze rispettino le leggi svizzere, tali misure sono da negoziare a livello regionale con l'SSM. Noi ci siamo fatti vivi a più riprese per chiedere che gli impegni presi a livello svizzero siano rispettati, ma sembrerebbe che parliamo una lingua sconosciuta ai nostri direttori! Nell'ultima lettera al Direttor Balestra scrivevamo:

"L'obiettivo di un'equa ripartizione degli appalti e di una chiara trasparenza di quanto viene fatto è fondamentale visto anche l'ammontare delle cifre in gioco e la possibilità di lavorare o meno delle persone e delle ditte coinvolte con implicazioni economiche non indifferenti."

Come SSM chiediamo: (e lo abbiamo ribadito durante l'ultima commissione di concertazione tenutasi martedì 10 dicembre scorso)

  • trasparenza e informazione verso l'SSM e le ditte;
  • di essere considerati come interlocutori nella discussione sulle ditte esterne e il personale a prestito;
  • che i lavoratori che per anni hanno collaborato con professionalità non vengano messi da parte e che si continui a far capo alla loro esperienza. Questo per salvaguardare sia il loro lavoro (responsabilità morale della RTSI) che la qualità del prodotto;
  • che i giovani vengano impiegati, ma ci si preoccupi anche della loro formazione;
  • che per quanto riguarda il personale estero si stia attenti alle insidie degli accordi bilaterali e che quindi non si giochi al ribasso o al dumping salariale;
  • che vengano prese delle misure di controllo verso le ditte che lavorano per la RTSI

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BREVI

Nuova CCL

A partire dal nuovo annno verranno organizzati dei seminari e dei gruppi di lavoro per la fase di consultazione sulla nuova CCL. Abbiamo un anno di tempo, Si tratterà di discutere dove bisognerà migliorare la convenzione attuale.
I temi caldi sono il sistema salariale, la remunerazione individuale, i premi, il tempo di lavoro e le indennità, il contratto fisso e quello variabile.

Gleichstellungs-Controlling

Il Direttor Ratti, durante la commissione di concertazione di ottobre, ci ha fatto sapere di voler interrompere la partecipazione al progetto finanziato dall'ufficio federale per l'eguaglianza tra donna e uomo e denominato Gleichstellungs-Controlling. Progetto al quale la RTSI aveva deciso di aderire la primavera scorsa. A nostro parere si tratta di un'occasione persa.

Picchetto

Un nuovo regolamento per il picchetto è stato negoziato tra la RTSI e l'SSM. Abbiamo voluto coinvolgere le persone interessate in modo da discutere punto per punto con loro. Abbiamo così organizzato alcune riunioni alle quali hanno partecipato parecchie persone. Un segnale positivo che indica come si apprezzi la possibilità di discutere le problematiche che conosciamo molto bene perché ci toccano da vicino.

Internet

Sono state distribuite delle nuove direttive sull'utilizzazione dei mezzi informatici. Purtroppo constatiamo come i nostri suggerimenti non siano stati accolti. Proprio su questo giornale (n. 268) nel settembre 2001 scrivevamo:

"(...) l'SSM chiede alla RTSI l'elaborazione congiunta del regolamento obbligatorio, nonché l'introduzione di un ombudsman interno, designato congiuntamente dalla direzione e dal personale, con la funzione di verificare l'applicazione delle disposizioni in materia di protezione dei dati e di chiarire i casi dubbi sottoposti dall'azienda o dai dipendenti."

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